Di notte. Deve accadere di notte.
Non poteva essere altrimenti. Come nel grembo materno, quel nido buio, caldo e protettivo dove la vita si forma nel segreto, così la Storia doveva essere avvolta dalle tenebre per poter rinascere.
Immaginiamo quel silenzio. L’universo trattiene il respiro. L’immensità delle galassie, gli abissi siderali, tutto si concentra su un punto minuscolo della terra di Giudea.
Una stella, sentinella del cosmo, si ferma e indica.
E lì, da quell’utero buio, il Logos irrompe nella storia. Non con un tuono, ma con un vagito.
“In principio era il Verbo”, dice Giovanni nel suo Prologo. Colui che era presso Dio, Colui che era Dio, si è fatto carne. Ha preso un corpo. Ha accettato di avere freddo, di essere nudo, di avere paura.
È la vertigine di Dio: l’Onnipotente che si fa impotente per lasciarsi toccare.
Lo sguardo del pastore: il riconoscimento dell’Agnello
In quella notte, la Luce squarcia le tenebre.
Ed è qui che la storia si divide.
Da una parte Erode, paralizzato dalla paura nel suo palazzo; dall’altra i pastori, che corrono nella notte.
Perché sono loro i primi? Non solo perché sono svegli. Ma perché il pastore
è colui che vive in simbiosi con il gregge. Conosce l’odore, il respiro, il destino delle sue pecore.
Per questo, quando i suoi occhi si posano sul Bambino, accade il miracolo del riconoscimento.
Perché lo riconosce subito? Perché vede in Lui l’Agnello.
Lui, che ha passato la vita a difendere gli agnelli dai lupi, ora si trova di fronte all’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo.
Il pastore intuisce il mistero: quel bambino è la Vittima pura venuta a togliere il peccato del mondo.
Capisce, con un’intuizione folgorante, che i ruoli si sono rovesciati: non è più lui a dover dare la vita per l’agnello, ma è quell’Agnello che sta dando la vita per lui. È questa rivelazione che lo fa cadere in ginocchio. Si adora solo ciò che ci salva. Il pastore adora perché vede la Vittima innocente che prende su di sé il peso che nessun uomo può portare.
L’incubo di Erode: La Volpe contro l’Agnello
Mentre i pastori corrono, a pochi chilometri a sud-est di Betlemme, svetta l’Herodion, la fortezza-tomba che assomiglia a un piccolo vulcano. Lì, o nel palazzo di Gerusalemme, c’è un uomo che non corre. È Erode il Grande. Se il pastore è colui che dona la vita, Erode è colui che la toglie. Come ci ricorda Aldo Piro, Erode è una figura complessa: “Grande e megalomane, sanguinario e sentimentale… astuto come una volpe, feroce come una tigre”. Un costruttore geniale, capace di ampliare il Tempio per ingraziarsi il popolo, ma che morirà “come un cane”.
Perché tanta ferocia?
Perché Erode ha paura. Figlio di Antipatro, proviene dall’Idumea; è un “alieno” rispetto alla società ebraica, un “giudeo a metà” che deve il suo trono non a Dio, ma all’alleanza politica con Giulio Cesare Roma. La sua violenza nasce dalla sua insicurezza. Erode sente che il suo potere è posticcio, comprato con le tasse e il sangue. Per questo, quando sente parlare di un “Re dei Giudei” appena nato, la “tigre” si sveglia. Non vede un Salvatore, vede un rivale. Erode è l’anti-pastore per eccellenza: mentre il pastore è pronto a morire per le sue pecore, Erode è pronto a massacrare un gregge di innocenti pur di salvare il proprio trono di cartapesta. Erode rappresenta l’uomo che si crede grande ma è schiavo del suo ego; il pastore rappresenta l’uomo piccolo che diventa grande perché sa adorare.
Il Crollo dei Giganti: quando la storia obbedisce al Bambino
Ma la storia dimostra che la “tigre” Erode perde sempre. La sua fortezza è diventata polvere, mentre la Mangiatoia è ancora lì.
Gesù pianse su Gerusalemme dicendo: “Non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata”. Ma ci sono momenti in cui la storia ha dovuto riconoscere chi è il vero Re.
È accaduto sotto i nostri occhi la notte di Natale del 1991.
Mentre l’Occidente festeggiava, a Mosca, alle ore 19:32, veniva ammainata la bandiera rossa dell’Unione Sovietica. Il regime che aveva pianificato l’ateismo di stato, che nel 1929 aveva abolito il Natale per cancellare la memoria di Cristo, si è dissolto nel nulla proprio nel giorno della Sua Nascita.
Si è avverata la profezia del grande scrittore Aleksandr Solženicyn: i giganti che dimenticano Dio hanno piedi d’argilla.
Cesare Augusto aveva ordinato il censimento per contare gli uomini come numeri; il sistema sovietico li aveva contati nei Gulag. Ma quel Bambino è venuto a dirci che l’uomo non è un numero, è un figlio.
Erode muore sempre, il Bambino resta.
La Fame di Dio: da Betlemme al fico sterile
Ma perché Dio sceglie quella grotta?
Il segno è brutale nella sua chiarezza. Bethlehem significa “Casa del Pane”. Gesù viene adagiato in una mangiatoia.
Sant’Agostino tremava di fronte a questo paradosso: “Colui che nutre l’universo si è fatto cibo”. Lui viene per essere mangiato, per saziare la fame di vita eterna che ci divora.
Eppure, il mistero si infittisce. Il Dio che si fa Pane è lo stesso Dio che, trent’anni dopo, passando per Betfage, avrà fame.
Si fermerà davanti a un albero di fico – l’albero sotto cui Adamo si era nascosto coprendosi di foglie per la vergogna – e cercherà frutti.
Il Vangelo annota: “Non era la stagione dei fichi”. Eppure, Gesù maledice l’albero perché è sterile.
È ingiusto? No, è divino.
Il libro del Siracide dice che c’è “un tempo per ogni cosa”: un tempo per nascere, un tempo per morire. Ma quello è il tempo umano.
L’Amore di Dio entra nel tempo per farlo esplodere. Per l’Amore non ci sono stagioni.
Gesù ha fame adesso. Ha fame della nostra fede, non delle nostre “foglie” (le apparenze, i riti vuoti). Maledice la sterilità perché Lui ci ha creati per amare sempre, non solo “quando abbiamo tempo”.
Il Natale è Gesù che ci guarda dalla mangiatoia con la stessa fame che avrà sotto il fico: “Ho bisogno del tuo amore. Dammi il frutto del tuo cuore”.
La Pace Armata: la Spada dello Spirito contro la Menzogna
In quella notte gli angeli cantano: “Pace in terra agli uomini di buona volontà”.
Ma attenzione. La Eudokia (la “buona volontà” del testo greco) non è la nostra bravura morale. È la Benevolenza di Dio. La pace è per coloro che si lasciano amare da Dio.
Tuttavia, Gesù non è venuto a portare una pace sonnolenta. Lui stesso dice: “Non sono venuto a portare pace, ma una spada”.
Di quale guerra sta parlando il Principe della Pace? E chi deve impugnare questa spada?
Non Erode, che è armato perché ha paura di perdere il trono.
È il Cristiano che deve armarsi. Perché c’è un nemico reale, un Mentitore che sussurra giorno e notte: “Dio è invidioso di te, Dio viene a toglierti la libertà”.
Contro questo nemico, come dice San Paolo, dobbiamo indossare l’elmo della salvezza e impugnare ferocemente “la spada dello Spirito, che è la parola di Dio”.
Questa spada serve per esercitare una violenza santa. Non contro il fratello, ma contro il male che ci abita.
Gesù è radicale: “Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala”.
Ecco la spada! È l’arma che recide l’orgoglio, che taglia via l’attaccamento al peccato. È meglio entrare nella vita poveri e umili, piuttosto che scandalizzare uno solo di questi “piccoli”.
La spada del Cristiano serve a uccidere l’uomo vecchio per far nascere l’uomo nuovo.
Il Corpo offerto: il legno della culla e della Croce
Non dobbiamo aver paura di guardare quel legno su cui Maria adagia il neonato.
Quel legno profuma già di sacrificio.
Gesù assume un corpo (“Un corpo mi hai dato, allora ho detto: ecco io vengo per fare la tua volontà”) perché senza corpo non si può amare, e senza corpo non si può soffrire.
Quel corpo tenero è destinato a diventare grano macinato, come capirono i santi.
È il corpo di Massimiliano Kolbe nel bunker della fame ad Auschwitz, che si è fatto pane per i compagni.
È il corpo di Santa Bakhita, che ha trasformato le cicatrici della schiavitù in feritoie di perdono.
Loro sono gli uomini di “buona volontà” che hanno trasformato la mangiatoia in un altare.
L’urgenza di inginocchiarsi (Venite Adoremus)
In questa notte dolcissima e tremenda, non ci è chiesto di “guardare”. Guardare è un atto di superficie.
Ai pastori e ai Magi – e oggi a noi – è chiesto di Adorare.
La Chiesa canta da secoli: “Venite Adoremus”.
Ma cosa significa adorare?
Chi guarda resta in piedi, giudica, analizza.
Chi adora cade in ginocchio.
Adorare significa che ciò che hai davanti è così immenso, così ineffabile, che le tue gambe non reggono più il peso del mistero. Ti fai piccolo perché hai visto l’Infinito farsi piccolo. Lo stupore ti piega, la commozione ti vince.
E qual è l’organo che ci permette questo miracolo? Sono gli occhi.
Non è un caso che in questo mese si festeggi Santa Lucia, la martire della luce. Lei ci insegna che la luce non serve solo a vedere, ma a *mettere ordine, a distinguere il vero dal falso, il baratro dal sentiero.
Solo chi ha “occhi adoranti”, purificati dalla luce della fede, può vedere la Stella.
Per Erode il cielo era muto e nero. Per i Magi cantava la gloria di Dio. La Stella c’era per tutti, ma solo chi desiderava adorare l’ha vista.
Allora, in questa Notte Santa, non restiamo sulla soglia
Entriamo. Usiamo i nostri occhi non per capire, ma per piangere di gioia.
Lasciamo che la luce di quel Bambino entri nelle nostre pupille.
Perché quando ci rialzeremo da quel ginocchio piegato, non saremo più gli stessi. Chi ha adorato la Luce, diventa luce.
E uscendo da quella grotta, saremo noi le stelle che indicano al mondo la strada verso il Re.
La notte è finita. È tempo di adorare.
Paola Persichetti



