Perugia 8 ottobre 2025: “La legge è uguale per tutti”
Perugia, 8 ottobre 2025, ore 15.
In un’aula del tribunale si celebra un processo che racchiude le tensioni e le ferite di un’intera nazione. Sul banco degli imputati siedono tre medici. Il capo di imputazione è accusa di falso ideologico (art.479) per aver rilasciato ad alcuni dei propri pazienti certificati di esenzione dall’obbligo vaccinale anti-Covid 19. Quella che segue è la cronaca di un’udienza che trascende i tecnicismi legali per diventare un dramma sulla memoria, la responsabilità e il significato stesso di giustizia.
Il legno del banco è freddo sotto le mani. Un freddo che risale le braccia, che si annida nel petto. Alzo lo sguardo e le lettere cubitali mi fissano, impassibili: “LA LEGGE È UGUALE PER TUTTI”. Una promessa di marmo, gelida come questa sedia.
Davanti a me, tre medici. Non hanno camice, ma abiti scuri. I loro volti sono maschere di dignità ferita. Loro, imputati. Un tribunale dovrebbe essere un sacrario. Un luogo dove la dignità, se ingiustamente macchiata, viene restituita.
Dove chi ha sbagliato trova la via per l’espiazione e chi ha subito un torto riceve giustizia. È un tempio laico dove la verità, quel concetto così inafferrabile eppure così essenziale, dovrebbe manifestarsi nella sua nuda bellezza, indissolubilmente legata alla libertà. Ma in quell’aula, l’aria era densa non di sacralità, ma di frustrazione.
Atto I: L’Eroe e l’Omino
Le pareti dell’aula si dissolvono. Non sono più mattoni e intonaco, ma membrane sottili che vibrano al ritmo del dolore collettivo. Seduti tra il pubblico, ci sono i volti di chi ha sofferto, di chi porta sulla pelle e nel cuore le cicatrici di un periodo che ha sospeso non solo la libertà, ma anche l’umanità. Ci sono malati gravi, persone la cui vita è stata stravolta, tutti uniti da un silenzio imbavagliato, testimoni di uno spettacolo che percepiscono come uno scempio della logica e della dignità.
La mia mente non regge il peso di questo presente. Cerca una via di fuga, un appiglio. L’immagine si sdoppia, trema, e all’improvviso non sono più in un’aula di tribunale a Perugia. Un lampo. Sono in un libro di storia, vedo i volti di medici che hanno sfidato re e dittatori per salvare una vita, che hanno anteposto il giuramento a qualsiasi ordine. Eroi. Poi l’immagine si ricompone, torna a fuoco. Gli eredi moderni di quegli eroi sono seduti lì, sul banco degli imputati.
La loro colpa? Aver amato i propri pazienti più dei protocolli.
Un senso di nausea mi afferra la gola. La voce del giudice riempie il silenzio, richiamandomi alla realtà. Introduce il primo testimone. E l’uomo chiamato a incarnare quel sistema, a rappresentare il potere che ha messo quegli eredi sul banco degli imputati, è lui.
Il sipario si alza su una scena che ha del surreale. Sotto i riflettori di quest’aula, avanza l’uomo che ha tenuto le redini della sanità umbra nel momento più buio. Siede al banco dei testimoni. Un manager, un dirigente. Dovrebbe incarnare la competenza, la lucidità.
Invece sembra piccolo, smarrito, l’antitesi vivente degli eroi che affollavano la mia mente un istante fa. Il suo volto è una maschera imperscrutabile mentre l’avvocato lo incalza, brandendo un documento come un’arma. È una nota del 21 dicembre 2021, porta la sua firma. La nota che ha dettato le regole, le linee guida per decidere chi, in Umbria, meritava un’esenzione.
Il Volto del Potere: da Titano a Burocrate che confonde virus SARS con lmalattia Covid
È questo, dunque, il volto del potere. Non un titano, ma un burocrate la cui memoria si dissolve di fronte alla sua stessa firma. “Sì, c’è scritto ‘firmato digitalmente’,” ammette, “ma lo scrivente non ero io, era qualcun altro più in alto, probabilmente la Regione.”
In quell’istante, la nausea ritorna, più forte. Il contrasto è una ferita. Da una parte, medici che hanno rischiato tutto per una firma, per un certificato che sentivano giusto. Dall’altra, il Commissario Straordinario che rinnega la propria, scaricando il peso verso un’entità astratta, “più in alto”. Non c’è più un commissario, ma un “omino” spaventato, la metafora perfetta di un potere che non si assume responsabilità mentre le vite delle persone vanno in frantumi.
“Sono trascorsi quattro anni,” mormora, quasi a scusare un vuoto che appare abissale. “Eravamo in fase emergenziale.” L’emergenza, lo scudo dietro cui trincerare l’amnesia, la giustificazione universale per ogni atto. I volti del pubblico lo fissano, e nei loro occhi non c’è nebbia. C’è il ricordo cristallino di ogni giorno di sofferenza, di ogni protocollo subito. Loro ricordano. Lui, l’uomo dei protocolli, no. Incalzato sul suo ruolo in quella data, la sua risposta gela l’aula: “Io non so che ruolo avessi in quella data”. È l’avvocato a dovergli ricordare la sua stessa identità: era il Commissario Straordinario per l’emergenza.
Ma è sulla scienza, il suo presunto campo di battaglia, che la memoria non solo vacilla, ma frana rovinosamente. Interrogato sull’oggetto di quella circolare, il COVID-19, si lancia in una spiegazione che confonde la malattia con il virus “Il COVID non è altro che una forma di variante da SARS… Si chiama SARS-CoV-2… Il virus si chiama COVID coronavirus.”
Un farfugliare confuso, un’ignoranza abissale esibita proprio nel luogo in cui si giudicano medici accusati di aver agito secondo scienza e coscienza. Lo scambio di ruoli è completo. La farsa è servita. E noi siamo qui, testimoni attoniti di un mondo capovolto, dove chi ha dimenticato tutto giudica chi ha rischiato tutto per non dimenticare la prima regola: curare.
E la farsa prosegue, perché quel farfugliare non è un inciampo momentaneo, ma il linguaggio ufficiale del potere. Le sue sono parole in libertà, un groviglio di concetti che rivela uno smarrimento sconcertante. E qui, una parentesi si apre come una ferita nel cuore del racconto: quest’uomo, nel 2022, sarebbe diventato direttore regionale alla salute. Questi erano i personaggi a cui abbiamo affidato i nostri genitori, i nostri figli, noi stessi.
L’Abisso dei Non ricordo
La deposizione riprende, o meglio, l’abisso si allarga. I vaccini? Non ricorda le marche. Ricorda a malapena che ce ne era uno “a RNA “, biascicando qualcosa su “RNA messaggero formulato con l’RN “. Poi un altro, un “vettore virale “, di cui tenta una spiegazione confusa, un balbettio tecnico che si perde nel vuoto. Un uomo che doveva gestire una regione intera, che ha firmato la vita e la morte di migliaia di persone, non ricorda nulla.
Ma c’è una cosa, una sola, che ricorda bene. Una frase che squarcia il velo della sua nebbia mnemonica con la precisione di un laser, una missione che suona come una condanna: “Era chiaro che erano vaccini sperimentali.”
Lo ricorda bene. Ricorda la “fase pandemica “, il “tasso di mortalità altissimo “, la “condizione di necessità “. Ricorda la giustificazione, ma non i dettagli. Ricorda il motivo per agire, ma non gli strumenti dell’azione. Quando l’avvocato gli chiede se le circolari vietassero ai medici di indicare lo stato clinico del paziente nei certificati, la risposta è un copione già recitato: “Non mi pare… Non voglio sbagliare… Non ricordo”.
L’unica certezza che emerge da questa deposizione è il vuoto. Un vuoto di memoria, di competenza, di responsabilità. Un uomo solo, di fronte alla sua firma, smarrito nel labirinto dei suoi stessi, dimenticati comandi. E mentre la sua mente vaga in cerca di appigli, l’unica cosa che riesce a dire è che sono passati quattro anni. Quattro anni. Un tempo sufficiente per dimenticare tutto, tranne la parola che più di ogni altra avrebbe dovuto imporre cautela:” sperimentali”.
La parola, pronunciata da lui con la freddezza di un dato tecnico, esplode nella mia mente e abbatte le pareti dell’aula. Lui non ricorda. Ma noi, noi che li abbiamo visti spegnersi, noi non potremo mai dimenticare. La sua immagine sul banco dei testimoni sbiadisce, si fa nebbia come la sua memoria, trascinandomi in un altro abisso.
La memoria: il dolore che non si può processare
Un lampo. Il corridoio di un ospedale, il Bambino Gesù. L’odore di disinfettante e di paura. Vedo i volti grigi dei bambini malati di cancro, i loro corpi esili consumati, già avvelenati e indeboliti dalle chemioterapie, che a malapena si reggono in piedi. Li vedo, sorretti dalle loro madri e dai loro padri, eroi silenziosi a cui è stato detto che proprio quella fragilità, quella battaglia estrema per la vita, li rendeva i candidati perfetti per un farmaco che vaccino non era.
Mentre l’uomo sul banco dei testimoni non ricorda nulla, io ricordo tutto. Ricordo che quei farmaci, autorizzati in via “condizionata”, erano stati testati solo su una forbice di soggetti sani tra i 16 e i 60 anni. Nessuna sperimentazione era stata fatta sui malati oncologici. Nessuna, men che meno sui bambini.
E allora l’immagine si fa insostenibile, biblica. Quei genitori, fidandosi di una scienza senza volto e di uomini smemorati come questo, hanno preso i loro figli per mano e li hanno condotti, inconsapevolmente, sul monte Moria. L’eco delle parole di Isacco attraversa i secoli e mi lacera l’anima: “Padre, legami forte, perché io non resista e non renda vano il sacrificio”. Quel giorno, in quei corridoi, quelle parole si sono compiute di nuovo. Padri e Madri hanno legato i loro figli, non con le corde, ma con la fiducia, e li hanno portati sull’altare.
Ma questa volta non era l’altare di un Dio che, all’ultimo istante, provvede un ariete per salvare il figlio. Era l’altare gelido di una scienza senza etica, di un esperimento di massa mascherato di salvezza. L’ariete non è mai arrivato.
Torno con la mente all’aula, allo sguardo vacuo del testimone, e vedo i volti di quei bambini. I compagni di sofferenza di un bambino che ho assistito. Molti di loro, oggi, non ci sono più. Uccisi non solo dal loro male, ma da un’accelerazione fulminante, da quello che i medici, sottovoce, hanno iniziato a chiamare “turbo cancro”.
Quel farmaco sperimentale non li ha salvati. Ha gettato benzina sul fuoco che già li consumava. Li ha spenti più in fretta. E l’uomo che ha firmato le regole è qui e non ricorda. La sua amnesia non è solo una difesa patetica; è l’insulto finale. È la cancellazione delle loro vite, la profanazione del loro sacrificio.
E da quel dolore, da quella profanazione ne affiora un altro, più intimo. Un lampo. Il volto di una mia amica. La sua risata, la sua intelligenza. E poi il suo corpo che cede dopo due dosi, i dolori che la inchiodano a un letto. La disperazione nei suoi occhi, la scelta di porre fine a una sofferenza che nessun medico sapeva più curare. L’ho vista spegnersi, vittima di un ricatto diventato condanna.
Il peso di questi ricordi mi schiaccia. Mi sento in trappola, in una gabbia dove la verità viene soffocata. Vorrei urlare, ma la voce è un grumo in gola. È la stessa sensazione di impotenza che provai quel giorno, fuori da un altro ospedale. Ma quella volta… quella volta andò diversamente. Un lampo, ma è una luce diversa.
Mia nuora è dentro, sola, positiva al tampone, sta per partorire in telemedicina. Fuori, un muro di protocolli, dirigenti, security. Mi dicono che non posso entrare. Chiamano al telefono anche il sindaco. Ma io so che è un bluff normativo. Il sindaco non ha mai fatto un’ordinanza di emergenza sanitaria. Sento una forza che non è mia, è la forza della vita che sta per nascere, della verità. Avanzo. Discuto, cito le leggi, smonto il loro castello di paure. Le porte si aprono. Entro. Il ginecologo mi viene incontro, piange. Mi confessa di aver negato, per paura, l’ultimo saluto dei familiari a una paziente morente. “Oggi,” mi dice, “per questo ospedale inizia l’anno zero.” Quel giorno, ho visto il leone della verità squarciare la rete.
Riapro gli occhi. Sono ancora qui, su questa panca fredda. Non è cambiato nulla. Il Commissario ha finito di parlare. I medici sono ancora lì, in attesa. Il mio sguardo si posa sul giudice. Sul suo volto non c’è solo la fatica del dibattimento, ma il peso della storia.
La sua sentenza non sarà solo un pezzo di carta. Sarà uno specchio. E noi, tra qualche anno, ci guarderemo dentro per capire se la legge era davvero uguale per tutti, o se era solo un’iscrizione vuota sulle pareti di un’aula troppo silenziosa. La vertigine non è finita. È appena iniziata.
Atto II: Il Consigliere e il Sospetto del “Farmaco Guasto”
Cambia la scena, cambia il testimone. Entra un consigliere regionale in Umbria, per dieci anni membro della commissione Sanità. Non è un uomo di scienza, ma un politico attento ai numeri,alle procedure, alle conseguenze. La sua testimonianza getta una luce sinistra sulla gestione logistica di quella che doveva essere la salvezza.
Il suo racconto parte da un’interrogazione del 27 settembre 2022, un atto formale per chiedere conto di un sospetto inquietante: l’utilizzo di vaccini scaduti. Il consigliere parla con la precisione di chi ha studiato le carte. L’Umbria, ricorda, necessitava di vaccinare circa 600.000 persone. Ne vennero ordinate e consegnate tre milioni di dosi. Cinque vaccini per ogni abitante. Un’enormità “spropositata”, che poneva problemi di costi, di stoccaggio, di gestione. E, soprattutto, di smaltimento.
Ma il cuore del suo intervento è un altro. È un tarlo giuridico ed etico. Egli evoca due sentenze della Corte costituzionale, la più alta autorità giuridica dello Stato. Sentenze che sono macigni: un farmaco scaduto è un “farmaco guasto”. La domanda, quindi, sorge spontanea e terribile: quella tutela, sancita dalla Costituzione per qualsiasi medicinale, poteva non valere per i vaccini anticovid? Poteva una semplice proroga dell’EMA bastare a cancellare questo principio?
Il consigliere sottolinea l’ipocrisia del sistema: “Se in un ospedale viene trovato un farmaco scaduto in via di somministrazione, scoppia un putiferio.” Eppure, per i vaccini, nessuna documentazione veniva trasmessa ai medici per supportare “la bontà e l’efficacia del preparato oltre la scadenza”. La responsabilità veniva scaricata sul cittadino. “Non è che il cittadino in ambulatorio si collega a Internet e si legge due pagine di documentazione,” sbotta il testimone.
“L’informazione deve essere precisa, rapida, disponibile. E deve darla il medico.”
Alla domanda diretta dell’avvocato – “Quei vaccini scaduti sono stati inoculati agli umbri?” – il consigliere risponde con onestà: “Non lo so”. Lui ha solo posto la domanda, ha chiesto se quella proroga fosse sufficiente a legittimarne l’efficacia. La sua interrogazione non era un’accusa, ma un disperato appello alla chiarezza e alla tutela. Un appello che, come tanti altri, sembra essersi perso nel frastuono assordante di un’emergenza senza fine.
Atto III: Il Silenzio dei Colpevoli e il Coraggio dei Testimoni
Il macigno è stato scagliato. Le parole del consigliere regionale, precise come bisturi, hanno sezionato il cadavere della logistica pandemica, lasciando esposte le viscere di un sistema malato: tre milioni di dosi per seicentomila anime, un oceano di farmaci destinato a infrangersi contro la scogliera ineluttabile della scadenza. Farmaco guasto. La definizione della Corte costituzionale rimbomba nell’aula, un’eco che dovrebbe far tremare i muri.
E invece, nulla.Il silenzio che segue non è di rispetto, né di riflessione. È un silenzio di gomma, denso, che assorbe l’impatto e annulla la vibrazione. Guardo il giudice, il pubblico ministero. I loro volti sono maschere di cera, impassibili. La possibilità che migliaia di persone, di anziani, di fragili, possano essere state inoculate con un preparato giuridicamente “guasto” non increspa la superficie della loro calma istituzionale. È questo il momento in cui la realtà inizia a sfarfallare, a perdere i contorni. Mi sento scivolare.
Il cambio di scena è brutale. Il consigliere si allontana e sul banco dei testimoni sale un vigile del fuoco. Un uomo solido, un servitore dello Stato. Ma non è la sua storia che interessa. Il PM si anima, la sua voce si tende, diventa una lama. Non chiede del suo medico, non chiede della cura. Chiede, con una bramosia quasi fisica: “Quante dosi di vaccino ha fatto?”.
La domanda pende nell’aria, oscena. Una, due, tre volte. Un rito ossessivo, un’inquisizione travestita da interrogatorio. È una danza macabra che non cerca verità, ma sottomissione. La mia mente si ribella a questa logica invertita. Prima, il sospetto di un farmaco scaduto somministrato in massa viene ignorato. Ora, la scelta sanitaria di un singolo uomo diventa il centro di un’indagine morale. È la Matrix. Le regole si piegano, la gravità si annulla.
Poco dopo, tocca a una sanitaria. Stesso copione, stessa pressione asfissiante. Ma in lei qualcosa si rompe. Lo fissa, e dopo l’ennesima, martellante domanda, la sua voce esplode, tagliente come un cristallo di ghiaccio: “Non mi sarei mai fatta inoculare un farmaco che nasce ‘dall’oggi al domani’”.
Il PM ammutolisce. Il suo silenzio non è più di gomma, è una crepa nel muro della sua sicumera. E in quella crepa, la mia mente precipita. Un lampo. Sono accanto a un’altra donna, un’amica. Vedo il suo braccio teso, l’ago che si avvicina.
Sento il suo pensiero: “devo farlo per lavorare”. Non è una scelta, è un ricatto. L’ago entra. E poi vedo il suo corpo che si ribella, lo shock anafilattico. La corsa disperata, le sirene, la morte che ti accarezza il volto. Quel “no” urlato dalla sanitaria in aula non è solo suo. È il “no” di chi ha pagato con il proprio corpo il prezzo di un decreto.
Il Giudice chiama i Carabinieri in Aula contro il pubblico NO-VAX
Un colpo secco mi riporta al presente. È il giudice. Il mormorio serpeggiante tra il pubblico, la nostra angoscia condivisa, è stata scambiata per “vivacità”. E con voce ferma, chiama i Carabinieri.
L’ordine. La parola mi rimbomba in testa mentre vedo le divise entrare. La loro presenza dovrebbe rassicurare. Invece, per me, è un altro detonatore. Un lampo. Vedo altre divise, quelle dei NAS. Le vedo entrare negli studi di quei medici “come ladri nella notte”.
Non hanno un mandato, ma una lista di nomi scritta a penna. Frugano tra le cartelle cliniche, calpestano il segreto professionale. È la stessa logica perversa: l’autorità che non indaga sul farmaco “guasto”, ma che perseguita chi ha osato dubitare.
Riapro gli occhi. I Carabinieri sono ancora lì, immobili. Decido di uscire per prendere aria. Mentre passo davanti alla fila di uniformi, una di esse si muove. Un giovane carabiniere mi si avvicina con discrezione. Mi guarda e chiede a bassa voce: “Lei è un avvocato?”.
“No,” rispondo. Lui insiste: “Un testimone, allora?”. “No, neanche,” replico.
“Sono semplicemente una mamma. E sono la presidente di un’associazione che è nata in questi anni difficili per aiutare le persone.” Gli racconto brevemente di come abbiamo aiutato tante famiglie, persino dei sacerdoti a cui era stato impedito di celebrare messa. Gli parlo di un parroco che, per continuare a ricevere gli aiuti alimentari per i suoi poveri, si è sentito costretto a vaccinarsi. Poco dopo, gli è stato diagnosticato un linfoma di Hodgkin.
A quel punto, il volto del giovane carabiniere cambia. Si guarda intorno e mi prende da parte. “Ha un recapito per poterla contattare?” mi sussurra. Mentre glielo passo con discrezione, chiedo: “Ma perché tutta questa prudenza?”. La sua voce si spezza.
“Io…” esita, “Io sono stato vaccinato con AstraZeneca. Lo stesso lotto che ha causato la morte di un mio collega.” Era un ragazzo di appena 25 anni, eppure anche lui era una vittima. Mi confessa, con amarezza: “La mia vita non è più la stessa. Vivo nella paura, e la mia salute è diventata un’incognita.”
In quel momento, ho capito che il dolore che avevamo portato in quell’aula era lo stesso che si nascondeva dietro le loro uniformi. Eravamo tutti dalla stessa parte.
Epilogo d’Aula: Il Sacrario Violato
L’udienza è sciolta. Ci stiamo alzando, quando il giudice, quasi sovrappensiero, alza di nuovo lo sguardo. “Ah, un’ultima cosa,” dice. “Volevo comunicare che la Corte, rigettando le eccezioni della difesa, ha ammesso le intercettazioni telefoniche. La prossima udienza, il 22 ottobre, verrà sentito il perito trascrittore.”
Se prima il silenzio era di gomma, adesso è di piombo. Le intercettazioni. Quelle conversazioni carpite per mesi, la rete a strascico gettata nella vita di questi uomini. Gli avvocati avevano combattuto, avevano urlato all’inammissibilità. E ora, con una frase buttata lì, il giudice ci informa che il muro è stato abbattuto.
Il 22 ottobre. La data non è più un numero, ma il giorno dell’esecuzione della privacy. Capisco cosa significa. Significa che il sacrario dello studio medico verrà profanato. Le voci dei pazienti, le loro angosce, i segreti, verranno fatte risuonare in quest’aula. Le telefonate a un’amica, a un figlio. Tutto sarà dissezionato, dato in pasto alla curiosità.
Questa non è più giustizia. È una vivisezione pubblica. È l’ultimo, definitivo stupro!
Quando pensavamo di aver toccato il fondo dell’assurdo, il giudice ha preso un badile e ha iniziato a scavare.
Il finale che attendevamo non sarà scritto da una sentenza. Sarà scritto da quelle trascrizioni, dalla messa in piazza dell’anima di decine di persone. E mentre usciamo dall’aula, non ci sentiamo più testimoni. Ci sentiamo complici involontari di una vergogna che la Storia, quella vera, non potrà mai assolvere.
prof. ssa Paola Persichetti
presidente dell’Associazione Trilly APS La Gente come Noi Terni



